QUEL RAMO DEL LAGO DI COMO…
INTERVISTA AD ANDREA VITALI

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Bellano, sul Lago di Como, era per me – e per milioni di altre persone – solo uno dei tanti paesi presenti sulla cartina geografica del nostro meraviglioso Paese fino a quando, una sera, mi trovai tra le mani “Olive Comprese”. Da quel momento, nel mio mondo di lettrice, si è aperto un panorama sconfinato di personaggi che mi sembra di conoscere da sempre.

Una scoperta straordinaria che ha un nome e un cognome: Andrea Vitali.

“I personaggi e le situazioni raccontati in questo romanzo sono frutto di fantasia. I luoghi, invece, sono reali”. Questa frase compare in tutti i suoi libri. Che cos’hanno di magico Bellano e il lago di Como da riuscire a ispirarle storie sempre diverse e personaggi così ben caratterizzati?

Si tratta di prendere le misure del luogo in cui sei nato e poi rendersi conto che tutto sommato ciò che accade in un luogo accade anche in un altro, pur secondo qualche differenza dovuta a cultura, ambiente, eccetera. In più, per quanto mi riguarda, c’è la fortuna del microcosmo che sembra una realtà facile da frequentare e di conseguenza conoscere: l’indagine che ne consegue invece ti porta a scoprire che questo mondo piccolo è costituito da altrettanti mondi piccoli, sorta di organismi unicellulari che possono essere autosufficienti oppure coesistere e contribuire alla vita di altri. Nel mio caso ho la fortuna di poter lavorare all’interno di un mondo dotato di caratteristiche particolari, rintracciabili solo al suo interno, che è il mondo del lago. Naturalmente non è un’affermazione di primato ma voglio solo sottolineare certe caratteristiche che altrove non potrebbero sussistere.

Da aspirante giornalista a medico e poi scrittore. Come è andata esattamente la sua storia? E se fosse uno dei suoi romanzi, come lo intitolerebbe?

Lo intitolerei Lo scrittore immaginario, proprio perché sin dagli anni più giovanili ho inseguito questo ideale di bellezza che consiste nello scrivere storie. L’aver fatto il medico mi ha dato una forma mentis molto adatta all’osservazione, alla curiosità, all’indagine anamnestica che è necessaria anche per scrivere romanzi. Mi ha messo a contatto con l’umanità, sgrezzandomi e facendomi capire che ciascuno di noi ha una sua storia alle spalle, e non solo clinica, storia che a volte con gli opportuni accorgimenti può divenire materia di romanzo.

Di confidenze, dai suoi pazienti, ne avrà ricevute parecchie. Qualcuno dei suoi compaesani si è mai riconosciuto, o ha riconosciuto altri, nei suoi romanzi?

Capita la seconda cosa che lei ha segnalato ed è comunque divertente, prima di tutto perché io non ho mai avuto intenzione di raccontare una persona reale e poi perché il riconoscimento degli altri porta sempre allo svelamento della storia di questi altri, da cui un’aneddotica pressoché infinita.

Per la maggior parte, i suoi racconti sono ambientati nella prima metà del secolo scorso o negli anni Cinquanta e Sessanta. C’è un motivo particolare?

Sicuramente la vivacità del posto che caratterizzava quegli anni e che per un certo periodo di tempo io ho vissuto, conformandomi a un certo tipo di vita. In quegli anni, e anche prima per le testimonianze recuperate, il paese era molto più attivo, fantasioso, ricco di lavoro e quindi gioventù. Col passare degli anni, investito da una crisi che non ha colpito certamente solo noi, si è impoverito, perdendo smalto e credibilità, nel mio sentire interiore, quale luogo e sfondo di storie che in fondo vogliono soprattutto divertire.

Sono anni in cui le persone si incontravano in piazza, parlavano al bar, si fermavano a chiacchierare dopo la Messa, spettegolavano anche, ma erano molto “vere”. Le nuove tecnologie ci hanno fatto perdere qualcosa?

A mio giudizio sì ma mi guardo bene dal giudicare i tempi moderni poiché sono i tempi dentro i quali devono vivere e prosperare le generazioni che sono venute dopo la mia. Non me la sento di affermare che era meglio quarant’anni fa rispetto a oggi, oso solo pensare che mi sia andata bene vivendo la mia gioventù in quegli anni.

Narra la leggenda che lei scriva le sue trame a matita su blocco di carta, quasi come se stesse elaborando una ricetta. Qual è dunque la ricetta migliore per ottenere una bella storia?

Non è leggenda è verità, adoro le matite ne comprerei a mazzi tutti i giorni. E poi quello dello scrittore è un lavoro artigianale e con mezzi artigianali deve essere fatto. La ricetta migliore per cogliere una storia è ascoltare, chi parla racconta, non ho mai conosciuto qualcuno che, come si dice, parli a vanvera, senza raccontare niente. Sta alla curiosità e all’interesse cogliere l’attimo giusto.

Arriva prima l’ispirazione della trama o il personaggio? E i protagonisti nascono già a Bellano o raccoglie storie da altri luoghi e le porta qui?

Arriva prima l’aneddoto, l’ispirazione e non importa che nasca proprio qui. Ogni storia è adattabile con un poco di studio e la stessa cosa vale per i tipi umani che diventano poi personaggi.

C’è un personaggio al quale si sente particolarmente affezionato o che le ispira maggiore simpatia?

Tra i tanti, di quelli passati, mi sento particolarmente affezionato a Gioietta Ribaldi di Pianoforte Vendesi. Tra i prossimi, a uno soprannominato Dubbio.

Questa domanda devo proprio fargliela: da dove sono sbucate le sorelle Ficcadenti, così impietosamente diverse l’una dall’altra? Povera Zemia!

Le due Ficca sono uscite totalmente dalla mia fantasia nonostante un mio concittadino insista nel dire di averle conosciute. Si vede che ha più fantasia di me !

Nel suo ultimo romanzo, “La verità della suora storta”, si rivela in tutta la sua forza, nascosta da un fisico compromesso e piegato dalla malattia, una tra le figure femminili più commoventi dei suoi racconti, la suora storta. Da dove è nata una vicenda così struggente?

Non tanto dall’osservazione di questa o quella malattia e dal dolore che ne può conseguire, quanto dalla confidenza maturata negli anni con quel tipo di persone che vengono arbitrariamente definite umili, come se non avessero niente da dire o fossero al mondo per caso. Basta approfondire un poco la conoscenza per comprendere che anche loro, come tutti e a volte più di tanti altri, hanno una loro forza interiore, una capacità di reagire alla vita e alle sue sfortune, dando prova anche di una dignità non comune.

Continuerà il filone giallo inaugurato con Cesare Lombroso e “La ruga del cretino”?

Non dipende solo da me.

Negli ultimi anni ha scritto alcuni libri come “Di impossibile non c’è niente”, “Come fu che Babbo Natale sposò lo befana” e anche l’ultimo, “Nel mio paese è successo un fatto strano”, che esulano dallo stile che ben conosciamo. Ci prometta che non si stancherà di Bellano!

E come posso fare ad andarmene dal posto che è insieme luogo della vita reale e fantastica ?

“Quel ramo del lago di Como che volge a mezzanotte…”: cosa ne dice, non potrebbe essere un bell’incipit per una storia d’amore ambientata a Bellano?!

Certo. Peccato che qualcun altro, di cui al momento mi sfugge il nome, l’ha già scritto.

Infine, cosa legge Andrea Vitali?

Di tutto. Sono goloso e curioso. Rileggo i grandi autori italiani che sono la mia perpetua scuola di scrittura creativa, i grandi classici dell’antichità dentro i quali c’è già la pasta di cui siamo fatti, i gialli e i noir tra un libro impegnativo e l’altro.

Sul podio dei miei autori prediletti: Omero, Sciascia, Durrenmatt.

C.P. | 2016 (marzo)

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